Arte e Cultura

Eremo di S.Silvestro sul Soratte

SANT’ORESTE SUL SORATTE

CENNI STORICI     

La prima notizia storica che riguarda il paese di Sant’Oreste è quella riportata da Benedetto del Soratte nel suo “Chronicon” (800-1000), che riferendosi ad un documento del 747 cita la “Curtis Sancti Heristi”. Altra notizia del paese, risalente al 1074, è ricordata dalla bolla di donazione di Gregorio VII dei monasteri riuniti di San Silvestro e di Sant’Andrea in Flumine (presso Ponzano). Il nome di Sant’Oreste sembra derivare da Edisto, giovane soldato romano, che professando la religione cristiana fu martirizzato nel 68 d.c. durante la persecuzione neroniana, a cui è dedicata una chiesa con elegante campanile romanico nel luogo dove alla fine dell’800 sorse il cimitero. Successive trasformazioni hanno infatti mutato Sant’Edistus, in San Heristus, poi Santo Resto, San Tresto e infine Sant’Oreste. Nel periodo delle grandi civiltà, romana ed etrusca, la zona del Soratte fu di confine tra i Falisci e i Capenati. Dopo la sottomissione dei Capenati a Roma, sorsero nel territorio del Soratte le ville residenziali dei Romani, di cui ne rimane preziosa testimonianza la villa portata alla luce in loc. ”Giardino”. In questo periodo storico il monte era luogo sacro e le popolazioni circostanti si recavano al tempio di Apollo Sorano, posto sulla cima più alta del monte, per celebrare riti in suo onore. Il centro storico del paese ha mantenuto una certa caratteristica cinquecentesca e conserva ancora strutture medioevali. Vi si accede attraverso tre porte, che furono costruite nel 1554 circa, quando fu rinforzata la struttura difensiva con i bastioni. Esse sono: Porta Valle (a), Porta Costa (b) e Porta La Dentro (c).

LA RISERVA NATURALE DEL MONTE SORATTE

(GEOLOGIA, FLORA, FAUNA, EREMI, BUNKER)

GENERALITÀ
Istituita con Legge Regionale n° 29 del 6/10/1997, l’area protetta è attualmente gestita dalla Provincia di Roma, Ente con il quale collaboriamo nei servizi di valorizzazione e fruizione della stessa. Essa offre i seguenti percorsi naturalistici: Percorso Madonna delle Grazie - Percorso Vita - Percorso Casaccia dei Ladri - Percorso delle Grotte - Percorso degli Eremi – Percorso delle Carbonare – Percorso Santa Romana e Meri – Percorso Strada Militare – Percorso Quadrara delle aquile – Percorso Campicciolo. Oltre alle attività escursionistiche la riserva offre notevoli possibilità di speleologia, astronomia, parapendio, deltaplano, free-climbing, arrampicata, mountain-bike.
LA “MONTAGNA SACRA”
Vides ut alta stet nive candidum Soracte nec iam sustineant onus silvae laborantes…ww
(Orazio, Carmina, I 9, 1-3).
Con questi semplici endecasillabi, il poeta Orazio canta il monte Soratte, eccezionalmente coperto di neve durante una limpida giornata invernale, nell’Ode a Taliarco, scritta tra il 30 e il 23 a.C. Virgilio, nell’Eneide, ricorda il Dio Apollo come protettore del “santo” Soratte. Molto più tardi, il sommo Dante, cita la miracolosa guarigione dell’imperatore romano Costantino per mano di Papa Silvestro, che in questo monte si era rifugiato, nel XXVII° canto dell’Inferno (Ma come Costantin chiese Silvestro, dentro Siratti, a guarir della lebbre…); poi ancora Carducci, Byron, Goethe, citano il Soratte nelle loro opere: neanche alle montagne più famose è mai stato riservato tanto onore. Frequentato dalle popolazioni preromane (Sabini, Capenati, Falisci, Etruschi) e romane, divenne, con l’avvento del Cristianesimo, sede di numerosi romitori. Così, all’interesse naturalistico, la riserva unisce quello storico, artistico, spirituale, che testimonia la vocazione religiosa del sito e la sua denominazione di “Montagna Sacra”.

GEOLOGIA, CARSISMO E SPELEOGENESI
La riserva naturale comprende tutto il rilievo carbonatico del monte Soratte fino a monte Piccolo a sud-est, elevandosi con pareti molto ripide dalla zona pianeggiante alla destra del Tevere. Il rilievo rappresenta un “alto strutturale” sollevatosi, nel corso dell’evoluzione della catena appenninica, rispetto alle formazioni circostanti; è composto da due scaglie tettoniche, parzialmente sovrapposte, di calcari della serie Umbro-Sabina, stratigraficamente costituite, nella dorsale sommitale, da Calcare Massiccio del Giurassico e da calcari della formazione Cigno-Marmarone, pure del Giurassico, ma più recenti, riconoscibili sulla “spalla”, assai più bassa della cima, su cui sorge l’abitato di Sant’Oreste. Il monte Soratte ha una forma ellittica lunga 5,5 Km, orientata NO-SE, con la vetta più alta a quota 691 metri; esso, se ora appare come un’isola terrestre nella valle del Tevere, in tempi remoti fu una vera isola del mare, quando nel corso del Pliocene tutte le zone circostanti vennero invase dalle acque marine. A testimonianza di quel periodo, la zona che circonda il rilievo è caratterizzata da sabbie ed argille che si sono formate dai sedimenti marini. Alla base del versante occidentale si osserva la presenza di materiali piroclastici eruttati dal complesso vulcanico Sabatino durante il Quaternario. Il monte Soratte, in virtù della sua composizione geomorfologica, presenta frequentemente il fenomeno del “carsismo”. La presenza di fratture nella roccia permette all’acqua piovana di infiltrarsi all’interno dei massicci calcarei fino a formare torrenti e fiumi sotterranei che vanno ad alimentare le falde acquifere. Il percorso delle acque in profondità ha inizio nelle zone di assorbimento, prosegue all’interno di estese reti idriche di circolazione ipogea, per poi riemergere nuovamente in superficie attraverso le risorgenze. All’interno delle rocce, l’acqua continua incessantemente e progressivamente il suo processo di erosione, creando morfologie di svariate dimensioni e forme: le grotte. La formazione delle grotte è la manifestazione più caratteristica e spettacolare del carsismo ipogeo. L’acqua, nel suo lunghissimo e lento lavoro di modellamento, crea complessi sistemi sotterranei che possono assumere lunghezze, dimensioni ed andamento diversi, costituiti da pozzi, gallerie, saloni e meandri. Il materiale disciolto e trasportato dall’acqua nelle grotte si deposita e dà luogo a forme di concrezioni differenti, tra cui alcune di straordinaria bellezza, quali stalattiti, stalagmiti, colonne, vaschette, pisoliti (perle di grotta) e cortine, che possono assumere colorazioni diverse a seconda della loro composizione minerale. Le principali grotte carsiche del monte Soratte sono state scoperte ed esplorate in un arco di tempo alquanto lungo, dal 1920 sino ai giorni nostri. Tra esse citiamo i Meri, cioè tre cavità collegate, che si trovano nella zona di Santa Romana, i cui ingressi si aprono tra i 250 e i 220 metri s.l.m.; la grotta di Santa Lucia, con i suoi 110 metri di profondità ed i suoi 300.000 metri cubi di volume: fu scoperta nel 1967 durante i lavori di estrazione in una cava, per il crollo della volta, che mise in luce il più grande ambiente sotterraneo del Lazio; la grotta Erebus, ad andamento prevalentemente verticale, che costituisce una delle più recenti scoperte sul monte: l’ingresso è a forma di ampia spaccatura discendente e si apre a quota 634 m. s.l.m., sul versante sud occidentale del monte. Ulteriori esplorazioni hanno messo in luce altre due cavità ipogee di interesse incalcolabile: la grotta Sbardy e grotta Antica; moltissime altre sono attualmente in esplorazione.
FAUNA
Una salutare passeggiata all’interno della Riserva Naturale del Monte Soratte, può essere l’occasione per osservare una moltitudine eterogenea di specie animali, soprattutto nel periodo primaverile. Il complesso montuoso e l’ambiente boschivo del Soratte, infatti, ospitano diverse specie di animali, di cui alcune meritevoli di misure di conservazione, tanto da far inserire gran parte del territorio dell’area protetta nella Rete Natura 2000 della Comunità Europea, in qualità di Sito di Importanza Comunitaria. Tuttavia l’alterazione degli equilibri naturali originari ha modificato il numero delle popolazioni presenti: ad esempio l’aquila ed il lupo sono definitivamente scomparsi. La fauna presente, attualmente, occupa diversi tipi di habitat. Quelli di maggiore interesse naturalistico presenti nel territorio della Riserva Naturale sono quello forestale, rupicolo ed ipogeo o cavernicolo. Nell’habitat forestale sono frequenti, tra i mammiferi, la donnola, il tasso, la faina, l’arvìcola rossastra, il moscardino, il topo quercino, l’istrice, la volpe, il ghiro e lo scoiattolo. Tra i rettili, si possono vedere il ramarro, la vipera e la lucertola muraiola e, tra gli anfibi, la rana verde italiana ed il rospo comune. Nelle cavità sotterranee trovano il loro spazio specie di chirotteri di interesse comunitario, come il ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrum-equinum), il ferro di cavallo minore (Rhinolophus hipposideros) e il vespertilio maggiore (Myotis myotis). Le specie di insettivori più rappresentative sono il riccio (Erinaceus europeus), la talpa (Talpa romana), diverse specie di toporagni (Crocidura spp., Suncus spp., Sorex spp.) e roditori (Apodemus spp., Rattus spp., Mus spp.). Le zone forestali a valle del monte presentano una ricca avifauna stanziale, nonché di passo e migratoria: fra i rapaci troviamo la poiana (Buteo buteo), il gheppio (Falco tinnunculus), l’allocco (Strix aluco), la civetta (Athene noctua); tra i picidi, invece, il picchio verde (Picus viridis) ed il picchio rosso maggiore (Picoides major), oltre a diverse specie di passeriformi come il pettirosso (Erithacus rubecula), il passero solitario (Monticola solitarius), l’usignolo (Luscinia megarhynchos), la capinera (Sylvia atricapilla), il cardellino (Carduelis carduelis), il merlo (Turdus merula), la cinciallegra (Parus major), la cincia bigia (Palus palustris), lo scricciolo (Troglodytes troglodytes). Infine, tra gli invertebrati che popolano il territorio della Riserva è segnalata la Melanargia arge, lepidottero di interesse comunitario.
FLORA
La primavera è indubbiamente la stagione migliore per poter ammirare lo splendore della flora del Soratte, ricca di specie e di profumi avvolgenti. La vegetazione che riveste questa montagna risulta varia e differenziata in relazione alla composizione del substrato e all’esposizione, ma in linea di massima prevalgono le formazioni a bosco e boscaglia. Sul versante nord-orientale, più fresco, si possono osservare boschi con dominanza locale di caducifoglie come il carpino nero (Ostrya carpinifolia), l’orniello (Fraxinus ornus) e l’acero minore (Acer monspessulanum), misti a specie sempreverdi come il leccio (Quercus ilex); sul versante esposto a sud-est prevale invece una boscaglia termofila, simile alla macchia mediterranea con leccio, acero minore, terebinto (Pistacia terebinthus), fillirea (Phyllirea latifolia), che caratterizzano un raro tipo di comunità vegetale per la prima volta descritta sul monte Soratte. La copertura arborea è affiancata localmente da comunità vegetali arbustive ed erbacee molto ricche floristicamente, come sul versante sud-occidentale, dove l’affioramento di roccia calcarea e l’esposizione concorrono a creare condizioni di aridità con tipiche e singolari formazioni a “gariga”, caratterizzate dall’euforbia cespugliosa (Euphorbia characias) e dall’elicriso (Helycrisum italicum). Alla base del rilievo, nelle zone meno acclivi, il tipo di substrato ha favorito la presenza di boschi cedui con cerro (Quercus cerris) e carpino orientale (Carpinus orientalis), che, anche se di estensione limitata, costituiscono un importante elemento di continuità con il paesaggio circostante esterno all’area protetta; nei pressi del Tevere, invece, ci sono importanti nuclei di vegetazione ripariale con dominanza di pioppi (Populus alba) e salici. Una visita alla Riserva Naturale del Monte Soratte può anche essere l’occasione per riscoprire piante comunissime, che spesso ignoriamo, che un tempo venivano utilizzate a scopo curativo. Al giorno d’oggi, naturalmente, i prodotti farmaceutici hanno sostituito infusi e decotti, ma c’è ancora qualche anziano che preferisce curarsi con le erbe del Soratte, impedendo così che questa ricchezza fornita dalla natura vada perduta. Tra le piante officinali è possibile ritrovare l’erba brusca (Rumex acetosa), un’erbacea perenne, che si trova frequentemente nei luoghi aperti come i prati, i pascoli, i campi coltivati e lungo i corsi d’acqua. La pianta si raccoglie, all’inizio della fioritura, in maggio-giugno recidendola alla base. Le foglie si fanno seccare per ottenere un decotto che è usato nelle avitaminosi per il suo elevato tenore di vitamina C e nelle anemie. Altre piante interessanti da questo punto di vista sono la  Salvia sclarea (erba pelosa) usata nella cura di ascessi, piaghe, ferite, emorroidi; la Lactuca virosa (ruspigni) usata nella cura di affezioni epatiche; il Taraxacum officinale (pisciacane) usato come rinfrescante interno e nelle cistiti; la Malva sylvestris (malva), come rinfrescante intestinale e per la cura degli ascessi dentari; l’Euphorbia characias, il cui lattice viene usato dai contadini per placare i denti cariati doloranti; l’Urtica dioica (ortica), efficace antidoto per le articolazioni affette da reumatismi.
LE “OFFICINE PROTETTE DEL DUCE” E LE GALLERIE BUNKER DEL MONTE SORATTE
Nel 1937, per volere di Benito Mussolini, venne avviata sul Soratte, data la vicinanza con la capitale, la costruzione, sotto la direzione del Genio Militare di Roma, di una serie di gallerie all’interno della montagna che, secondo il progetto iniziale, sarebbero dovute servire da rifugio antiaereo per le alte cariche dell’esercito italiano in caso di “devastazione generalizzata”. Vennero denominate “Le officine protette del Duce” e, ancora oggi, costituiscono una delle più grandi ed imponenti opere di ingegneria militare presenti in Europa (circa 5 km di lunghezza: una vera e propria città sotterranea). Durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare nel settembre del 1943, il “Comando Supremo del Sud” delle forze di occupazione tedesche in Italia, guidate dal Feldmaresciallo Albert Kesselring, si stabilì sul Soratte. Per un periodo di circa dieci mesi, le gallerie si prestarono pertanto come valido nascondiglio per le truppe segrete naziste e resistettero al pesante bombardamento del 12 maggio 1944 effettuato da due stormi di B-17 alleati, partiti appositamente da Foggia per distruggere il quartier generale tedesco. Sembrerebbe che, prima di abbandonare l’area, il Feldmaresciallo avesse dato l’ordine di interrare nelle gallerie delle casse contenenti oro (sottratto alla Banca d’Italia), che di fatto non sono mai state ritrovate. È solamente nel 1967, durante gli anni della Guerra Fredda, che il Genio Militare (sotto l’egida della N.A.T.O.) modificò un chilometro delle stesse gallerie, che assunsero l’aspetto di bunker anti-atomico per la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel caso di una guerra nucleare; i lavori, solo parzialmente terminati, risalgono al quinquennio 1967-1972. L’area, da alcuni anni, è stata riacquisita dal Comune di Sant’Oreste ed è oggetto di lavori di recupero delle ex-caserme e di allestimento di un museo storico diffuso denominato “Percorso della memoria”. Le gallerie sono visitabili negli eventi di “apertura straordinaria”, che vengono realizzati due volte l’anno con cadenza semestrale e con tanto di figuranti e mezzi bellici d’epoca.
GLI EREMI DEL MONTE SORATTE
LA CHIESA RUPESTRE DI SANTA ROMANA

Situata in una cavità naturale dell’impervio versante orientale del monte Soratte, rivolta verso i monti Sabini, la chiesa rupestre di Santa Romana è l’adattamento al culto pagano della grotta che, secondo la leggenda, fu dimora del suo battesimo. La giovinetta di Todi, infatti, volle vivere proprio in questo antro, forse perché si sentiva vicina a papa Silvestro I, di cui ne ammirava la santità. Ed ecco che nasce proprio in questi luoghi un rapporto leggendario fra il santo e la sua devota, che lo raggiungeva in cima al Soratte, forse utilizzando qualche passaggio segreto, incuneandosi nelle sue viscere. Silvestro, ogni volta, l’ammoniva, ed una volta gli disse: “Ora ritornerai quando saranno fiorite le rose”. Era in pieno inverno, che aveva più volte macchiato di bianco le ripide ascese del monte, quando una mattina Romana tornò da Silvestro con una rosa: era fiorita. Aveva vinto la sua preghiera e la sua devozione. Sull’altare, una iscrizione ricorda il battesimo della santa avvenuto per mano di papa Silvestro I. La chiesa fu consacrata nel 1218. Tutto intorno, una sequenza di mura e di ruderi ci testimoniano l’ampiezza dell’antica struttura, nella quale per anni si susseguirono gli eremiti coltivando la poca terra fruibile e le piante d’ulivo, che ancora oggi sono presenti su questo versante del monte. La chiesa ha goduto nel XIII secolo di una certa notorietà, come si desume dalla menzione fatta in una bolla di  papa Niccolò V (1288-1299). Al suo interno è visibile una vasca di marmo che raccoglie l’acqua che scende dalla roccia, e che un tempo era meta di pellegrinaggi da parte delle donne prive di latte. Ancora oggi ci si va a piedi, il 23 di febbraio, giorno in cui si festeggia santa Romana. Tra l’altare e la vasca che raccoglie lo stillicidio, si trova la testimonianza dipinta di maggior rilievo: un affresco raffigurante la santa (visibile chiaramente solo nel volto) e databile al 1600. La chiesa oggi è di proprietà del Comune di Sant’Oreste, in seguito ad un atto di vendita dei Canali del 1957.  
EREMO DI SAN SEBASTIANO
Questo piccolo eremo, di cui rimangono pochissimi resti, sorgeva 100 metri sotto l’eremo di San  Silvestro, nel versante sud-ovest del monte Soratte. Da una testimonianza del 1706 di don Bernardino Pasqualoni, si apprende che il romitorio aveva una chiesa a forma di cappella, con l’immagine della Beata Vergine, di san Sebastiano e san Rocco, ed un arredo liturgico completo. Nella visita pastorale del 1747, il cardinale Colonna Di Sciarra si recò nel piccolissimo eremo di san Sebastiano con al seguito il suo amico pittore olandese Van Wittel, uno dei maggiori esponenti del “vedutismo panoramico” del ‘600, il quale ne illustrò la visita. Il 12 agosto 1751 venne scoperto un delitto e venne rinvenuto il cadavere di un monaco ucciso con ben 22 coltellate: l’eremita venne poi sepolto nella vicina chiesa di Sant’Antonio. San Sebastiano fu frequentato fino al 1760. Da allora incomin­ciò l’abbandono e quindi la rovina dell’eremo; oggi è possibile vedere soltanto un piccolo archetto che costituiva l’ingresso della chiesa.
IL SANTUARIO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE

L’attuale convento di Santa Maria delle Grazie nacque su una primitiva cappella dedicata alla Beata Vergine, la cui immagine, dipinta sul muro della chiesa dall’eremita Antoniozzo Da Romano, era particolarmente venerata già dal XVI secolo. Nel santuario che si andava così formando, si alternarono ere­miti e sacerdoti di diversi ordini religiosi: Camaldolesi, Francescani, Cistercensi. Furono proprio questi ultimi ad ingrandire l’eremo nel 1628, che divenne così monastero; tale costruzione portò anche alla erezione di una chiesa più grande. Nell’interno, ai due lati dell’abside, campeggiano due tele raffiguranti san Nonnoso e san Gregorio Magno; da ricordare anche il curioso cippo-tomba, posto all’uscita e dedicato ad un monaco cistercense. Uscendo dalla chiesa si incontra nel porticato una statua lignea di san Silvestro, trasportatavi dall’omonimo eremo nel 1856. Nel corso del ‘900, si sono nuovamente alternate in questo santuario varie congregazioni religiose, tra le quali i Trappisti, i Canonici Regolari, i Trinitari, i Teatini. Il 16 agosto 1924 proprio i Teatini vi istituirono un collegio, con oltre 30 giovani delle scuole elementari. Nel 1931 il convento passò ai padri di don Orione; attualmente è sotto la tutela della Curia di Civita Castellana. La festa di Santa Maria delle Grazie si celebra ogni anno, come stabili­to con decreto del 1827, nella seconda domenica dopo Pasqua.
EREMO DI SANT’ANTONIO
Sotto il santuario di Santa Maria delle Grazie, sorge, in un luogo assai impervio, l’eremo intitolato a sant’Antonio abate. Documenti del 1532 dei monaci Camaldolesi ce lo indicano come sede del priore degli eremiti del Soratte. La prima notizia descrittiva dell’eremo invece è del 1768, opera del notaio Clerici, il quale, nei suoi documenti, ci parla di un interessante affresco seicentesco che decorava l’abside, rappresentante una crocifissione con profeti ai lati del santo. Quest’ultimo, negli anni ‘80, fu distaccato, restaurato e collocato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, visto il degrado in cui giaceva (e giace ancora) questo eremo.

EREMO DI SANTA LUCIA

L’eremo di Santa Lucia, oggi visibile sulla prima vetta del monte Soratte, è quanto rimane di un complesso monastico ormai completamente in rovina. La prima testimonianza di questo romitorio è del 1596, ad opera di frate Angelico, eremita a Santa Lucia. Vi dimorarono diversi anacoreti, dal 1613 al 1780, anno in cui venne trovato al suo interno il cadavere del monaco Nonnosi di Sant’Oreste: con la sua morte si chiude la storia degli eremiti di Santa Lucia. Con la sacra visita del cardinale abate Giorgio Doria del 1818, e con quella successiva del cardinale abate Gabriele Ferretti del 1852, le condizioni della chiesa migliorarono notevolmente, in quanto vennero promosse delle importanti opere di restauro. Ad esse seguirono quelle effettuate dai religiosi di don Orione, nel 1961-1970, con l’aiuto di alcuni volontari del paese.
EREMO DI SAN SILVESTRO
L’abbazia di San Silvestro svetta solitaria sulla cima più alta del Soratte (691 m s.l.m.), laddove, al tempo dei Romani, sorgeva un tempio dedicato ad Apollo Sorano. Di quello che era un complesso monastico di notevole importanza e di dimensioni rilevanti, rimane soltanto la chiesa, databile al XII secolo circa: il resto della struttura è crollato agli inizi del ‘900. All’interno della chiesa, a pianta basilicale, due scalette conducono al presbiterio, sopraelevato, al centro del quale è situato l’altare maggiore, rivestito da lastre marmoree altomedioevali, forse appartenenti ad una schola cantorum. Nella cripta, invece, sorge un altare (che probabilmente custodiva il sepolcro del beato Paolo Giustiniani). I numerosi affreschi presenti sono a carattere votivo, ma non rispondono a nessun criterio logico di composizione pittorica; si osservano soprattutto Madonne con Bambino ed alcuni santi della tradizione popolare. La loro cronologia di riferimento è abbastanza ampia e si aggira, per quelli della cripta, ai secoli XI-XIII, mentre per quelli della chiesa ai secoli XIII-XIV.
IL DIALETTO DI SANT’ORESTE

(CENNI, POESIA E MUSICA)

BREVI CENNI SUL DIALETTO DI SANT’ORESTE
Il paese di Sant’Oreste, a causa del suo isolamento geografico (è l’unico borgo che sorge sui ripidi declivi del monte Soratte e, nei primi anni del ‘900, rappresentava una rocca inaccessibile, vista l’assenza di strade carrabili), ha conservato dei tratti linguistici abbastanza singolari, indiscutibilmente di tipo meridionale arcaico, all’interno di un’area altrimenti percorsa da influssi e correnti innovative di varia provenienza. Non è un caso che Sant’Oreste venne scelto come centro di indagine diretta per la raccolta di materiale per l’A.I.S. (Atlante Etnografico e Linguistico dell’Italia e della Svizzera meridionale) già durante gli anni ’20 del secolo scorso, quando studiosi tedeschi di dichiarata fama internazionale cominciarono a fare i primi sopralluoghi.
CANTASTORIE
 “Willy & Paoletto”, ovvero William Sersanti e Paolo Diamanti, ovvero POESIA e MUSICA: un binomio inscindibile, una formula magica indissolubile. Parlare di “cantastorie” al giorno d’oggi può sembrare anacronistico, antiquato, eppure a noi piace definirci così: nei nostri brani raccontiamo vicende e situazioni legate alla nostra terra, gli usi, i costumi, le tradizioni, i personaggi della fantasia, le leggende popolari, gli aneddoti. Il linguaggio è semplice e diretto: viene utilizzata come mezzo di comunicazione la POESIA, in rima baciata e/o alternata; ma non si tratta, però, di una POESIA in lingua italiana, bensì in vernacolo! Vorreste sapere il perché? Semplicissimo: la scelta è stata dettata dal fatto che, se diventa urgente conservare le opere d’arte, i nostri tesori archeologici e quelli ambientali, lo è altrettanto per un bene immateriale come il dialetto, per il quale l’espropriazione operata dalla globalizzazione è meno tangibile ed appariscente. Ecco quindi che si innesca una ricerca di vocaboli obsoleti, ma appropriati al testo, ormai quasi scomparsi nel linguaggio contemporaneo: in questo siamo molto riconoscenti agli anziani del posto. Una canzone, quindi, non rappresenta soltanto una semplice ed amena “creazione sonora”, non si riduce al concetto di ars gratia artis, fine a se stessa, ma diventa un elemento di indagine antropologica, etnografica, linguistica.

LA LEGGENDA DELLA MULA ALATA DI  SAN SILVESTRO

l'imperatore Costantino prima della Battaglia di Saxa Rubra detta di Ponte Milvio contro Massenzio sosta presso il Monte Soratte, sconfigge Massenzio, e diviene imperatore. Costantino è martoriato dalla lebbra che lo affligge, una notte gli appaiono in sogno gli Apostoli Pietro e Paolo, che gli dicono che troverà sollievo ai suoi tormenti rivolgendosi ad un santo eremita che dimora sul monte Soratte, Silvestro. Il giorno dopo Costantino manda immediatamente due messi imperiali a rintracciare questo eremita sul Soratte.
I messi trovano Silvestro e gli chiedono di recarsi subito a Roma per battezzare Costantino. Silvestro dice loro avviatevi vi raggiungerò. I messi partirono, e Silvestro andò a cercare la sua mula che pascolava sul monte, e salito in groppa la mula con quattro passi raggiunse il Vaticano a  Roma.
Testimonianza di questi passi sono curiosamente presenti sul monte Soratte, dove su una grande roccia è impresso lo stampo di uno zoccolo, l'altro stampo curiosamente è presente a circa 12 Km da questo su un'altra roccia a Rignano Flaminio nei pressi della flaminia antica sempre su una roccia si può vedere una profonda impronta di uno zoccolo, e così a Castelnuovo di Porto e a Sacrofano.
Silvestro arrivò così prima dei messi imperiali, battezzo Costantino che si convertì al cristianesimo e cessarono così le persecuzioni ai cristiani concedendo la libertà di culto ai cittadini romani. Per riconoscenza donò a Silvestro che divenne poi Papa Silvestro I il Vaticano dove venne eretta la prima basilica.

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