Palazzo Caccia

Da alcuni manoscritti conservati nell’Archivio Comunale,datati 1554, relativi a lavori di fortificazione nella zona Nord Ovest del Paese, in difesa dell’allora palazzo Abbaziale, si evince chiaramente che proprio in questa zona a ridosso della cinta muraria, i Caccia possedevano dei beni. In un altro atto pubblico (Liber Criminalium 1573) Giovanni Caccia accusava un certo Antonio Picchi di aver costruito abusivamente nelle immediate vicinanze del “Palatium” S.Crucis occupando Via et Platea pubblica”. I Caccia vennero a Sant’Oreste molto probabilmente al seguito del Cardinal Farnese. L’antichissima famiglia dal Piemonte si trasferì a Roma entrando a far parte della nobiltà romana. La loro prima dimora fu il palazzotto in piazza V.Emanuele III° poi venduto al Comune. I Cavalieri Caccia nei secoli si resero benemeriti della Comunità partecipando al Governo cittadino e intervenendo quali mecenati nella costruzione della Chiesa di S.Lorenzo, di S.Biagio e dell’organo presso la chiesa collegiata. Rappresentarono in più campi quel mecenatismo che ha permesso la fioritura di interventi artistici di qualche importanza nel tessuto edilizio Santorestese e comunque nella vita artistica del paese. Importante il loro rapporto politico con i Farnese testimoniato anche dalla presenza del loro simbolo, il giglio, in alcune decorazioni del palazzo. Comunemente si attribuisce il suo disegno all’architetto Jacopo Barozzi detto il Vignola che aveva già progettato la Chiesa di S.Lorenzo. Il luogo scelto per la costruzione della nuova e più rappresentativa residenza Caccia è ai margini del centro abitato, accanto a quel complesso che, ristrutturato doveva ospitare il monastero Agostiniano di S.Croce. Non molto lontano emergono il bastione a cui si è già accennato e una delle tre Porte di accesso al paese, chiamata Porta Valle o Porta S.Silvestro. Molto probabilmente in quel periodo il centro abitato si era esteso proprio verso quella zona che era stata il primo centro di rappresentanza politica ed amministrativa, con la costruzione di altri palazzetti innalzati ai primi del seicento dalle famiglie benestanti. Così al momento della sua edificazione si perdeva un bel tratto di mura castellane ed il palazzo cercava con la sua mole di sostituirle. D’altra parte non vi era più una necessità difensiva: dalla precarietà e dall’incertezza dei tempi precedenti si era passati ad un clima più sereno e disteso nei rapporti con i paesi più vicini, regolati da patti e stipulazioni più certe. Quella costruzione messa lì a sporgere oltre l’antica muraglia doveva avere lo stesso significato di un bastione. Il Palazzo si affaccia sulla valle del Tevere con tipica impronta rinascimentale: purezza di linee, stringatezza di particolari e ricerca di delle proporzioni formali con un modo severo ed artisticamente freddo. Di contro la facciata interna, che può appartenere ad epoca di poco posteriore con chiaro sviluppo manieristico, assume un aspetto meno imponente e più diversificato per la presenza di elementi decorativi come le lesene in pietra che spartiscono geometricamente il piano. L’aspetto generale dell’edificio è rimasto relativamente immutato dall’epoca del suo completamento, escluso il cortile interno delimitato da un muraglione con portale d’ingresso, abbattuto e ridotto allo stato attuale negli anni 60, quando per ospitare uno spazio destinato a parcheggio fu, inconsapevolmente e senza alcuna documentazione del preesistente, ripristinato l’antico spazio comune abusivamente occupato dai Caccia a metà del 1700 ma fu tolta una importante coreografia storico architettonica che era giunta sino ai nostri giorni. Quale sarà stato il progetto originale ? Chi lo avrà eseguito? Molti sono i dubbi circa la presenza, già nel disegno iniziale, di un cortile con relativo muro di cinta. Alcuni dubbi possono essere risolti seguendo la controversia tra la Comunità e la famiglia Caccia, avvenuta nel 1751. Infatti in questo anno il Card. Colonna di Sciarra scrive ai priori del paese la seguente lettera: “ Non senza mia ammirazione mi è pervenuto a notizia qualmente il Cav. Caccia siasi fatto lecito, senza alcuna preventiva licenza, di fare un grande profondo scavo avanti la sua abitazione, devastando non solamente il piano, che forse può al medesimo appartenere e che certamente serviva per ornato, e per comodo pubblico, ma ancora una strada, che dava l’ingresso ad una casetta, appartenente ad un terzo, la quale in oggi resta isolata in uno scoglio, senza che vi sia più comodo della strada per entrarvi; e che passando più oltre l’animosità di detto cavaliere, abbia ancora fatto un grande squarcio alle mura castellane, adiacenti alla sua casa, parimenti senza chieder licenza per lo scarico dei materiali per lo scarico suddetto…….” Quindi in origine il Palazzo va ad occupare uno spazio proprio a ridosso delle mura castellane con un vasto spazio di pertinenza, forse, degli stessi Caccia e comunque con un carattere pubblico; così si giustifica l’architettura della facciata interna concepita per uno spazio ampio. Altro elemento interessante è la cisterna, preesistente al Palazzo, che fa da spinta con la sua volta, alla facciata interna coadiuvata da un pilastro in muratura. Torniamo a porci il problema del progettista di questo edificio. Lo storico locale Don Mariano De Carolis, ha sempre affermato che una delle ultime Canali, la Marchesina Paolina, gli aveva sempre confidato che i disegni originali erano conservati dalla famiglia stessa a Rieti. Però di questa carte non si è saputo mai nulla. La stessa attribuzione al Vignola non è così dimostrabile. Anzi in molti elementi non si riscontra il suo tratto, specialmente nella facciata a valle che richiama molto di più lo stile della scuola Sangallesca. Per altri aspetti invece, soprattutto negli elementi decorativi della facciata, si può riscontrare la sua mano, o per lo meno quella di qualcuno che potè approfittare del suo insegnamento. E’ importante ricordare Mastro Guglielmo muratore che lavorava a Caprarola e che poi si trasferì a Sant’Oreste; sarà lui a tenere i rapporti tra la nostra Comunità e l’Architetto. Sarà lui che il Vignola cita nella famosa lettera ai Priori del 1568. Merita menzione anche Mastro Ugolino, scalpellino, appartenente alle maestranze di Caprarola, che lavorò il travertino della facciata della Chiesa parrocchiale. Il Vignola ebbe numerosi rapporti con la nostra comunità, come si legge nella sua missiva da Caprarola dove stava lavorando per la famiglia Farnese, sicuramente stimolati dal Cardinale Alessandro Farnese, allora Abate Commendatario e padrone della nostra terra. La citata lettera non parla esplicitamente di lavori alla casa Caccia, ma si può pensare che in quel periodo, così intenso di attività edilizie,venissero da Caprarola valenti muratori e scalpellini per il compimento o trasformazione delle fabbriche in corso. Quindi il Vignola ebbe a trattare spesso con la Comunità per lavori non chiaramente specificati che comunque confermano quanto egli influì sullo sviluppo urbanistico e architettonico del Paese. La famiglia Caccia edificò questo palazzo che doveva essere sontuoso e quindi di richiamo e di utilizzo anche per i Cardinali Abati, che dopo la trasformazione dell’antico Palazzo Abbaziale, in monastero,nelle loro frequenti visite, venivano ospitati da questa nobile famiglia, tanto legata alla chiesa e magnanime nei suoi confronti. Nel palazzo esisteva una cappella dove i prelati ospitati potevano celebrare e battezzare i rampolli della stessa famiglia. Nella ricostruzione del nuovo Monastero, 1598, fu ampliata anche la Chiesa di S.Croce la cui abside andò a schiacciarsi sulla facciata, a sinistra, creando una controversia con i Caccia. Nel 1759 tutto il patrimonio dei Caccia passerà in eredità al Marchese Ortensio De Rossi e più tardi ai Marchesi Canali, nobili reatini, che daranno il loro nome al Palazzo poi venduto alla famiglia Moscatelli. Infine sarà la Comunità ad occuparlo nel 1934 e ad acquistarlo nell’immediato dopoguerra. Comunque il Palazzo va ancora studiato per cercare di capire meglio le fasi di quello sviluppo urbanistico rappresentato proprio dalle linee architettoniche vignolesche che si vanno ad impiantare su un tessuto medioevale. Francesco Zozi

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